Esistono due tipi di verità, quelle di ragione e quelle di fatto: Gottfried Wilhelm Leibnitz (1646-1716)

Siamo nel contesto epistemologico approccio razionalista. Vediamo subito il processo di leve che portano al flusso Leibnitz.

Ogni cosa nel mondo ha una nozione distinta(1).Questa nozione contiene ogni verità su quella cosa, compresi i collegamenti con altri cose (2). Possiamo analizzare tali collegamenti con la riflessione razionale ma così facendo andiamo incontro a due opzioni (3). Quando l’analisi è finita, possiamo raggiungere la verità finale (3.1 e la conclusione è che esistono verità di ragione). Quando l’analisi è infinità, non possiamo raggiungere la verità finale con il ragionamento, ma solo con l’esperienza (3.2 e la conclusione è che esistono verità di fatto).

E’ celebre infatti una dichiarazione di Leibniz: non vi è quasi niente che conosciamo adeguatamente, poche cose le conosciamo a priori e la maggior parte con l’esperienza. A priori solo per scavare e approfondire, a partire da Kant, sono tali le conoscenze universali e necessarie, in quanto tratte esclusivamente dalle nostre facoltà intellettuali. E prima come stavano messi con la verità sulle cose del mondo? Nel 1340 Nicola d’Autrecourt sostiene che non esistono verità necessarie sul mondo, ma solo verità contingenti. Ai primi del seicento Cartesio porta il suo contributo sulla questione affermando che le idee giungono a noi con tre modalità diverse: derivate dall’ esperienza, ricavate dalla ragione, oppure conosciute per via innata (create nella mente di Dio). La questione sule verità necessarie e contingenti fu esplorata successivamente da David Hume nel 1748. Nel 1927 Alfred North Whitead postula l’esistenza di “entità reali” simili alle monadi di Leibniz, che riflettono in sè l’intero universo. Come recita Wikipedia:

Il termine “monade” inteso come ultima unità indivisibile, è generalmente legato alla filosofia di Gottfried Leibniz, nella quale la dottrina del monadismo occupa una posizione di primaria importanza. Per capire la sua dottrina relativa a questo argomento, è necessario ricordare che Leibniz era stato spinto a tentare di definire questa materia da un duplice motivo: desiderava riconciliare la dottrina degli atomisti con la teoria scolastica della materia e della forma, evitando

sia il meccanicismo di Cartesio, che pensava che tutta la materia fosse inerte,

sia il monismo panteistico di Spinoza, che insegnava che esisteva una sola sostanza: Dio.

Egli sperava di raggiungere questi obiettivi attraverso la dottrina delle monadi, definendo la sostanza in termini di azione indipendente. Gli atomisti, pur sostenendo l’esistenza di una molteplicità di sostanze minute, erano giunti ad un rifiuto materialistico dell’esistenza degli spiriti e delle forze spirituali. Gli scolastici, al contrario, avevano rigettato questo materialismo atomistico, ma, così facendo, sembrava che essi rappresentassero il principale ostacolo al pensiero scientifico moderno. Leibniz pensava di trovare un sistema per riconciliare gli atomisti con gli scolastici: per giungere a questa riconciliazione, sosteneva che tutte le sostanze sono composte di particelle minute in parte materiali ed in parte immateriali. Così immaginava che il contrasto tra il materialismo atomistico e lo spiritualismo scolastico potesse scomparire riconoscendo la dottrina che tutte le differenze tra sostanze ed entità sono semplici differenze di grado di spiritualità (coscienza). Le monadi sono, per Leibniz, semplici sostanze puntiformi, se per “sostanza” intendiamo un ‘centro di forza’. Esse non possono avere inizio o fine nel tempo se non tramite creazione o annichilazione. Hanno un’attività interna, ma non possono essere fisicamente influenzate da elementi esterni. In questo senso sono indipendenti. Inoltre, ogni monade è unica; ovvero, non ci sono due monadi uguali tra loro. Allo stesso tempo le monadi devono avere altre caratteristiche; «Altrimenti», affermava Leibniz (Monadologia, n. 8), «non sarebbero anche delle entità». Ci deve, dunque, essere in ogni monade il potere di rappresentazione, attraverso il quale essa riflette ogni altra monade in maniera tale che un occhio possa, guardando in una monade, osservarvi l’universo intero lì rispecchiato. Questo potere di rappresentazione è diverso in ogni monade. Nelle sostanze di grado più basso esso è inconscio, mentre in quelle di grado più alto esso è completamente consapevole. Possiamo, infatti, distinguere in ogni monade una zona di rappresentazione oscura ed una zona di rappresentazione chiara. Nella monade del granello di polvere, per esempio, la zona di rappresentazione chiara è molto limitata, non manifestando la monade altra attività che quella dell’attrazione e della repulsione. Nella monade dell’anima umana, invece, la regione di rappresentazione chiara è al suo massimo, essendo questo genere di monade, la “monade dominante”, caratterizzata dal potere di pensiero intellettuale e autocosciente. Questo tipo di rappresentazione, altrimenti detta Appercezione, è infatti tipica di Dio. Tra questi due estremi, tutte le monadi, minerali, vegetali, ed animali, si differenziano dalla monade di genere inferiore per il possesso di una più grande area di rappresentazione chiara. Pertanto, in ogni monade è presente un elemento materiale (la regione di rappresentazione oscura) ed un elemento immateriale (l’area di rappresentazione chiara). Dai tempi di Leibniz il termine monade viene usato dai vari filosofi per designare centri di forza indivisibili, ma, come regola generale, queste unità non possiedono il potere di rappresentazione o percezione, che sono la caratteristica distintiva della monade di Leibniz. Comunque, si deve fare eccezione nel caso di Renouvier che, nel suo “Nouvelle monadologie”, insegnava che la monade non solo possiede attività interna ma anche il potere di percezione.

La filosofia moderna può essere divisa indicativamente in due tronconi, quella dei razionalisti come Cartesio, Spinoza e Kant e quella degli empiristi come Locke, Berkeley e Hume. I primi sostengono che la conoscenza possa essere acquisita con la sola riflessione razionale mentre i secondi affermano che la conoscenza derivi dall’ esperienza. Leibnitz era un razionalista la sua distinzione tra verità di ragione e verità di fatto segnò una svolta nel dibattito tra razionalisti e empiristi. Nella sua opera la Monadologia del 1714 in linea di massima era daccordo con l’idea che la conoscenza potesse essere raggiunta con una riflessione critica razionale. Tuttavia esistendo un limite nelle facoltà razionali, gli esseri umani dovevano necessariamente fare affidamento anche sull’ esperienza. Il problema per Leibniz è che le verità di ragione sono necessarie perchè è impossibile contraddirle, mentre le verità di fatto sono contingenti, cioè possono essere negate senza una contraddizione logica. Una verità matematica é una verità necessaria , perchè negarne le conclusioni contraddice il significato dei suoi termini. Invece l’affermazione a Roma nevica è contingente, perchè negarla non produce una contraddizione in termini. La distinzione operata da Leibnitz fra verità di ragione e verità di fatto non è solo epistemologica (relativa ai limiti della conoscenza) ma anche metafisica (relativa alla natura del mondo) e non è chiaro se i suoi argomenti sostengano la pretesa metafisica. C’è un problema di percezione. Come dice GWLeibnitz “ogni sostanza singola esprime tutto l’universo a suo modo”. Da qui in avanti si apre un universo esplorativo che apre le porte ad altri 234555322 fogli formato A4 per cui conviene stoppare per il momento perchè il labirinto leibniztiano si presenta molto complesso.

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